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CLASSIC HIT

“Vieni a ballare in Puglia” di Caparezza

today28/06/2021

Sfondo

Michele Salvemini, infrequente caso di musicista che non ha scelto di trasferirsi a Roma o Milano per lavorare ma di rimanere nella sua Puglia, ha cantato sempre del Sud rifiutandosi di fornirne un’immagine oleografica.

Anzi: in canzoni come “Giuda me”emerge lo sguardo corrosivo per un Sud trucemente gentrificato, popolato da mostri succubi di un’immagine del benessere che non esiste, perché la verità è un’altra (“La realtà giù da me è una realtà virtuale eccome / Ho la netta sensazione / Che tutto si dissolva in una bolla di sapone”).

Vieni a ballare in Puglia - Caparezza - Unadimille - Significato

Dunque nell’era dorata in cui le notti della Taranta hanno attivato un proliferare di sagre, corsi di pizzica e altre forze motrici di un nuovo turismo di massa verso il Tacco dello Stivale, nel momento cioè in cui la Puglia è diventata un argomento di marketing e il “ballo” la sua etichetta più attraente.

“Vieni a ballare in Puglia” è un affronto, perché ricorda sardonicamente al turista medio in foia da pizzicata e pasticciotti che potrebbe alzare lo sguardo dalla sua costruita ‘Puglia virtuale’ per vedere un reale ben più aspro, in cui la morte al lavoro, i veleni ambientali, la disoccupazione sono ancora temi di bruciante attualità.

Per giunta la questione pugliese è estendibile, pur con le specificità di ogni contesto, a tutti i Sud d’Italia, come Caparezza stesso chiarisce (“Turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo Paese”).

Invitato a “venire a ballare” (che, nel gergo locale, equivale a qualcosa come dire “vieni a fotterti”), il turista viene disegnato come un grottesco ominide chiuso in una campana di vetro, mentre tutto attorno i locali danzano una danza di morte, come degli zombi (che hanno un volto concreto nel lugubre video).

La dionisiaca Taranta in maggiore diventa una sorta di ‘taranta trance’ dall’incedere pesante e dai toni cupi, affine a una marcia funebre.

Ballarla con il sorriso sul volto ha qualcosa di macabro.

Inoltre Salvemini ‘sporca’ un’altra immagine simbolica: il featuring di Al Bano, in un incipit di bel canto all’italiana che si fa grottesco, è un’ulteriore contaminazione tossica di icona turistica, eccellenza territoriale da esportazione, come se quel sole che il Carrisi porta nel suo personale racconto come ispirazione assoluta fosse in realtà già radioattivo, l’acqua malsana, i raggi cancerogeni.

Usando la lingua e il ritmo in un modo che lo distacca anni luce dalla canzone politica più retorica dei suoi contemporanei, Caparezza scoperchia il vaso di Pandora su un Sud ancora problematico coperto da raffinate forme di storytelling: la riqualificazione, la riscoperta, il turismo sostenibile, il ritorno alla campagna, le Maldive del Sud, eccetera eccetera.

Spingendo al limite del nero il suo sarcasmo, ha messo al centro del brano una dimensione tragico-epica, che ha il suo culmine in un finale emozionante e liberatorio, in cui scompare il ritmo elettronico, la pizzica ritrova la sua forma tradizionale, il coro invoca come una preghiera lancinante:

“Oh Puglia Puglia mia tu Puglia mia / Ti porto sempre nel cuore quando vado via / E subito penso che potrei morire senza te / e subito penso che potrei morire anche con te”.

Da “senza” ad “anche con”: in una costruzione antica, qui sì finalmente dentro la tradizione folk, un avverbio sostituisce il suo opposto e fa convivere, come in un paradosso, due sensi opposti, la morte interiore del migrante lontano dalla sua terra e la morte concreta, biologica, del residente che rimane.

Per dirla con Gaber: “Due miserie in un corpo solo”.

Scritto da: Redazione


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